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Mira: zoo, demoni e canzoni contro la paura - VIDEO.



Mira, nome d’arte di Nadya Borzak, ha una storia da raccontare e lo fa attraverso la musica: nata a Parigi nel 1995, è la prima di sei fratelli, sua madre emigra dalla Russia per sfuggire al regime, il padre è figlio di Gabriella Ferri e arcidiacono della chiesa ortodossa.

L’infanzia Nadya la passa negli Stati Uniti, tra quei rituali- l’inno, la bandiera, le cheerleader- che tanto fanno serie tv patinata, vita d’altri da guardare attraverso uno schermo.

A 10 anni, l’incontro con Roma- che poi diventerà il suo grande amore: trasferimento, regazzetti che se la litigano per farla diventare della Roma o della Lazio, una città malinconica, dura, sporca e bella, che poco ha a che spartire con l’immaginario a stelle e strisce. In Nadya, quindi, più anime, più lingue, più città, più culture, più vite.

Basta parlare di Nadya, però; è la genesi di Mira a interessarci oggi.


“Mira é l'essenza di Nadya,


é la parte più profonda di me che viene fuori in canzone” ci racconta. “Mira non ha paura di sperimentare, non prova vergogna nel raccontare i propri segreti, le proprie delusioni, la propria vita all'altro. Nadya invece è una normale 25enne, piena di dubbi, sogni, e crisi esistenziali.”


Se quindi Mira nasce, per gemmazione o forse per mitica creazione, dalla veste mortale di Nadya Borzak, il progetto musicale prende invece le mosse nel 2019, grazie alla collaborazione con Andrea Allegritti- in arte TaDah- produttore di tutte le canzoni.

Un progetto a cui piace sperimentare, che vuole iscriversi nel panorama attuale ma anche stravolgerlo, ri-educando il pubblico ad un ascolto trasversale dal punto di vista di generi musicali.

Per questo motivo, nella musica di Mira, nessuna canzone é uguale a un'altra; di Mira, canzone dopo canzone, si riconoscono la penna, lo stile di narrazione, la voce.


La musica della cantautrice passa dal folk al rap, contamina ritmi dance con immagini letterarie e figure retoriche, usa citazioni tra filosofia ed arte, gioca con le forme in un vortice che ricorda la cosmogonia dantesca.

L’intera creazione di un universo, quindi, nell’uso del dialetto romanesco ma anche negli innesti “rubati” ad altre lingue, negli argomenti autobiografici e nelle quotidianità altre, in cui chiunque si può rispecchiare.


In occasione dell’uscita del singolo “Rosso Tiziano (Toro)”- il cui video è il primo prodotto da Zalib- Mira ci racconta del nuovo pezzo e di quello che sarà il suo EP “Lo zoo di Mira”.

“La canzone parla di un K-trip e in generale della fattanza di una serata passata a ballare. Il tema potrebbe risultare inflazionato ma ho tentato di dargli uno spin piú introspettivo, riflettendo sul dolore e l'angoscia di un bad trip e- piú in generale- sul malessere interiore che porta a determinate scelte, come quella di sballarsi per dimenticare”.

Il video, girato da Ludovica Jaus con l'aiuto di Alessandro Ciferri, prova a rendere visivamente un altro aspetto della lotta alle proprie dipendenze: “abbiamo pensato di rappresentare la fuga e il conflitto di Mira da quello che é il suo demone. Negli spazi tenebrosi ma anche accecanti della propria mente il confronto diventa necessario e ineludibile”.


Un disco “Lo zoo di Mira” che si interrogherà su identità, apparenza e auto rappresentazione attraverso gli occhi limpidi dell’infanzia. Nello zoo di Mira, insomma, non ci sono mostri ma umanità che hanno bisogno di essere accolte, miti da sfatare e visioni che devono ancora sbocciare.




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